Il grande sonno - Raymond Chandler

I gialli Mondadori hanno raggiunto e festeggiato le 2.000 copie, Sherlock Holmes compie cent'anni e cent'anni compirebbe il prossimo anno Raymond Chandler.
Giocando d'anticipo Oreste del Buono e Feltrinelli aprono le celebrazioni con "Il grande sonno" (1939), prima di una serie di iniziative dedicate allo scrittore Raymond Chandler.
Con questa nuova traduzione Oreste del Buono si propone di trovare definitidamente a Chandler un posto sullo scaffale della Letteratura Americana, assieme a Melville e a Faulkner, per intenderci. Ed è una collocazione controversa fin dalle origini.
Pare che Gide e Malraux avessero pensato di proporre Dashiell Hammett, maestro di Chandler e nume tutelare di questa letteratura hard boiled, dura, noir, come dicono, per il premio Nobel, e questo per la forza della sua presa realistica, per aver, come ha detto lo stesso Chandler "tolto il delitto da un vaso di vetro veneziano per sbatterlo di nuovo sulla strada". Adorno al contrario si scaglia contro questi gialli per la loro violenza e per la loro connaturata irrazionalità, e certo non aveva tutti i torti se Chandler stesso, interrogato da Faulkner in difficoltà per la sceneggiatura proprio del "Grande sonno", confesserà serenamente di non avere la minima idea di chi fosse l'assassino di uno dei personaggi minori, di sapere solo che gli serviva un morto a quel punto.
Ma Chandler, lui in proprio, lo merita questo posto tra i grandi scrittori? Io direi di sì, ma non per aver faticosamente attraversato la palude della letteratura di massa per approdare alle pendici di Elicona della Letteratura, ma piuttosto per avere portato a termine nel romanzo quel compromesso e rimescolamento tra "cultura alta" e "cultura di massa" che già il cinema aveva posto come problema cruciale. Ed è proprio lo stile di Chandler, preso tra il parlato fortemente pittoresco del dialogo e il barocchismo letterario, quasi ossessivo, di certe immagini il test migliore di questo compromesso. La nuova traduzione di del Buono è molto attenta, forse troppo, a questi disequilibri e il risultato è a volte assai felice, specialmente nella resa delle immagini; a volte, specialmente nel dialogo, è meno centrata, tanto da produrre curiosi effetti di straniamento. Forse è solo questione di gusti e probabilmente di nostalgia per quelle vecchie traduzioni grazie alle quali (Chandler) lo abbiamo potuto incontrare.
Chandler è un grande scrittore perché fissa definitivamente le regole di un genere, ma è grande soprattutto perché riporta il giallo, non al realismo della violenza e della corruzione, ma alle sue origini gotiche, lo riporta al sublime, al terrore dello scontro solitario dell'uomo con i propri fantasmi con il fantasma della morte, e al suo quotidiano esorcismo. Riporta il giallo al punto da cui lo aveva fatto partire. E.A. Poe che sapeva benissimo come tutta la infallibile ragione del suo Dupin non potesse che venire dopo, misera consolazione rispetto alla impotenza di fronte al delitto compiuto, alla morte irreparabilmente avvenuta. Se è grande Chandler è grande per questo, e per averlo saputo raccontare alle "masse".

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