La favola pitagorica - Giorgio Manganelli

Difficile, per un viaggiatore come Manganelli, irrimediabilmente diffidente nei confronti di monumenti, musei («Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode») e città ‘belle’, e attratto piuttosto dai mondi periferici, dalle forme «distratte o schive», dall’immagine che «partecipa dell’errore», fare i conti con l’Italia. E tanto più con una «cooperativa di capolavori» come Firenze, in apparenza atemporale, depotenziata, esorcizzata, non più leggibile come allegoria del mondo. Vincendo tenaci resistenze, Manganelli ha finito per affrontare Firenze nel 1982. E i reportages frutto di quel viaggio sono un ammaliante Baedeker, di cui non potrà fare a meno chiunque abbia deciso di rinnovare quell’esperimento e affrontare a sua volta la più intima e straniera delle città italiane. Perché grazie a Manganelli non vedrà i monumenti di Firenze, ma li leggerà, decifrerà l’occulta rete di rimandi che li lega, ricomporrà un misterioso disegno. E scoprirà che tali monumenti sono i contendenti di una arcana «rissa geometrica», in cui ad esempio il Battistero, edificio-diamante narcissico, irrelato e inamabile, si contrappone minacciosamente all’architettura d’aria e di danza di Santa Maria del Fiore, San Lorenzo e Santa Croce. Ma Firenze è solo uno dei nuclei di questo viaggio, che tocca, oltre alla Toscana, l’Emilia, le Marche e il Sud, in particolare l’Abruzzo, «grande produttore di silenzio», dove – ci rivela Manganelli – i monumenti stanno incastonati come gigantesche pietre di un torrente ormai asciutto e immobile, e il Parco Nazionale è un témenos, documento di una vita perduta, appartata e scostante.

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